Un’arancia a orologeria
(by Davide)
Non si può far altro che approfittare di questa sezione che Lorenzo ha offerto per rendere più completo il suo blog…Il romanzo di cui parlerò forse non può definirsi “classico”, ma senz’altro classica è la sua trasposizione cinematografica firmata da Stanley Kubrick nel 1971: ovviamente parlo di “Arancia Meccanica” sul quale non mi sembra il caso di spendere troppe parole (anche perchè se non l’avete visto affrettatevi, potreste essere bannati all’istante;-)…il romanzo che ispirò il film, pubblicato per la prima volta nel 1962, si intitolava “A clockwork orange” cioè più o meno letteralmente “Un’arancia a orologeria” (Anthony Burgess, l’autore, affermò di aver sentito per la prima volta quest’espressione in un pub londinese, quando uno degli avventori disse di essere “sballato come un’arancia meccanica”). Il romanzo è ambientato in una londra futurista, in cui imperversano bande di teppisti tra cui troviamo anche il protagonista, Alex, appena quindicenne. Questi vive la violenza con la stessa gioia con cui ascolta “la meravigliosa Nona” di Beethoven, suo compositore prediletto, in un’esplosione di gioia e sangue mai turbata da alcuna crepa morale. Le cose, però, cambiano quando Alex viene catturato dalla polizia e condannato per l’omicidio di una donna, la sua ultima vittima: dopo essere stato incarcerato, il giovane verrà sottoposto ad una terribile terapia, con lo scopo di annientare completamente l’impulso alla violenza e farne un soggetto docile e sottomesso…
Come ho detto, non so se il romanzo possa definirsi un classico. E’ un romanzo gratuito? osceno?, “pornografico”? Credo di no. Perchè il problema che l’autore affronta è il fondamento stesso dell’agire morale: è la questione del libero arbitrio. Non conta quanto siano crudeli le sue azioni, ciò che importa è la liberta di Alex, la sua facoltà di scegliere, di essere padrone di se stesso nel bene come nel male. Certamente le parole di Burgess, a questo proposito, sono illuminanti: “Il mio eroe, o antieroe, Alex – scrive Burgess – è veramente malvagio, a un livello forse inconcepibile, ma la sua cattiveria non è il prodotto di un condizionamento teorico o sociale – è una sua impresa personale in cui si è imbarcato in piena lucidità. La mia parabola, e quella di Kubrick, vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente a un mondo programmato per essere buono o inoffensivo…”.
Penso di potermi fermare qui. La mia unica ambizione era d’invogliare chi non l’avesse già letto a fare quest’esperienza…spendo ancora poche parole per il linguaggio di “A clockwork orange”, che denota l’incredibile sperimentalismo di Burgess, proiettandoci nell’affascinante e sanguigno slang di Alex, un linguaggio fantasioso, crudele, egocentrico, che certamente è uno dei motivi di maggior fascino di questo romanzo. Ne do un assaggio, perchè, come spesso accade, l’opera parla da sola e non c’è bisogno d’altro (si tratta del momento in cui Alex è assorbito nell’estasi della musica – e qui non si può non elogiare il lavoro della traduttrice, Floriana Bossi, per aver conservato intatta la suggestione dell’originale):

“Dopo misi il magnifico Mozart, la Jupiter, e ci furono altre visioni di biffe da essere maciullate e spiaccicate, e dopo quello pensai che mi ci voleva un ultimo disco prima di passare la frontiera, e volevo qualcosa di bigio e forte e molto fermo, così misi J. S. Bach, il Concerto Brandeburghese solo per viole e violoncelli. E, snicchiando con una specie d’estasi diversa da prima, locchiai di nuovo il titolo sul foglio che avevo sciancato quella sera, sembrava tanto tempo fa, in quel cottage chiamato CASA MIA. Riguardava una certa arancia meccanica. E, ascoltando quel J. S. Bach, cominciai a zeccare meglio quello che voleva dire e pensai, continuando a snicchiare la magnificenza bruna del bigio maestro tedesco, che mi sarebbe piaciuto averli festati più forte tutti e due, e averli fatti a pezzi lì sul loro stesso tappeto.”









