Epitaffi televisivi

(Telespazzatura n° 1)
Io non ho paura di morire. Considero la morte parte integrante della vita, la sua fine. Certo ovviamente chiunque abbia un minimo attaccamento alla vita vuole ritardare il momento della morte, ma dalla mia posso dire che da morto mi importerà molto poco della mia morte, di conseguenza non me ne preoccupo. Diciamo che mi concentro di più sul come morire, e su quello si, vorrei morire in un bel modo: un trapasso dolce, delicato, quasi impercettibile e piacevole, della serie “morte da infarto post amplesso”, “insufficienza epatica dovuta a eccessivo consumo di grassi e alcool”, o qualcosa del genere, ma di certo non vorrei qualcosa di violento tipo coltellaccio o morti da incubo affogamento-soffocamento. Certo nessuno di noi di norma può stabilire come morire, ma per lo meno può decidere ante quem come essere ricordato, insomma cosa fare della propria immagine da morto.
Semmai la sorte mi proponesse una morte orrenda, da telegiornale per intenderci, prego chiunque si occuperà di me di non permettere in nessun modo quei fastidiosi, irrispettosi e ridicoli oltre che irrispettosi, inquietanti, morbosi e irrispettosi EPITAFFI TELEVISIVI alla Studio Aperto* (o mio dio! Ho scritto “Studio Aperto” vicino alla parola “telegiornale” nonostante le due parole non c’entrino nulla tra loro!!!) che irrispettosamente propongono immagini di fotografie, letterine commosse e risentite, disegnini e mail che tessono le lodi del defunto, con tanto di dissolvenza incrociata, sottofondo musicale malinconico e voce melodiosa e rotta dal pianto della giornalista di turno che commenta il servizio.
Non mi soffermo a parlare tra l’altro di come la società di oggi produca semplicemente persone infelici e alienate, insoddisfatte e schiave di se stesse e del modo in cui vivono, che poi ovviamente impazziscono e distruggono se stesse e gli altri negli atti più violenti ed efferati che leggiamo sui giornali OGNI sacrosanto giorno (Cogne, Erba, Novi Ligure, Perugia, Lloret de mar, e mille altri). Sarebbe un argomento troppo avvilente e lungo da sviluppare per un singolo post.
E’ incredibile che si permetta uno svilimento della persona umana e della morte in questo modo. Io, fossi il morto, mi inca****ei come un animale. Senza contare che di solito vanno in gruppo questi servizi, con quelle penose interviste a persone DISTRUTTE dal dolore e costrette a rispondere piangendo davanti alle telecamere a domande come “Come si sente?”, “Le manca suo figlio?”, “Tornerà a una vita normale?”

Chiedo ai pochi che magari leggeranno questo post, per caso: come è possibile seguire questo genere di cose? Come si può dare corda a telegiornali e giornali del genere? Pura spazzatura che noi compriamo solo perchè non ci sono alternative? NOI, ripeto NOI decidiamo quale prodotto va bene e quale no, e coloro che fanno questi prodotti di informazione, se vogliono mangiare, devono darci quello CHE VOGLIAMO NOI. Io non voglio questo genere di giornalismo. Questo non è giornalismo, questo non è degno della Laurea in Lettere e Filosofia, che costa tanta fatica e sacrifici, questo non fa parte dell’etica del giornalismo, dell’amore per la cultura e l’informazione, del servizio che si fa a una comunità. Questo non fa parte di niente, è solo squallida prostituzione delle tragedie umane, morte e dolore di fronte a un obiettivo, che dovrebbe far aumentare l’audience, è logica di mercato.
* = ovviamente il discorso vale per QUALSIASI altro telegiornale presente su territorio nazionale









