“Profondo rosso” (1974) di Dario Argento
(Cineforum n° 7)

(By Davide)
Dopo aver dedicato l’ultimo post a omaggiare lo spaghetti-western del grande Sergio Leone, torno a occuparmi del cinema italiano e di un altro genere, destinato anch’esso a conquistare larga fortuna tra gli anni Sessanta e Settanta: il film dell’orrore e del mistero, articolato secondo varie tipologie che spaziano dal racconto gotico al thriller psicologico, si impone anche in questo caso con una formula tipicamente italiana, inaugurata da registi tra cui Mario Bava, Riccardo Freda e, appunto, Dario Argento. Quest’ultimo esordisce nel 1970, senza ottenere particolare attenzione da parte della critica, trattato dai più con una sufficienza che ancora oggi pesa sull’immagine del regista (accresciuta, in parte, dagli sviluppi più recenti e discutibili della sua produzione, che accentuano la componente splatter da sempre presente nello stile del cineasta romano). Profondo Rosso (1975), forse il suo film più celebre, segna uno spartiacque nella carriera di Argento, tra i gialli del primo periodo e la vena sempre più ossessionante e claustrofobica che caratterizzerà i film successivi (con l’irruzione dell’occulto e del soprannaturale, a partire da Suspiria, 1977). Marc (David Hemmings), un pianista jazz residente a Roma, assiste casualmente all’omicidio della sua vicina di casa, la sensitiva Helga (Macha Meril): quella stessa sera, la donna, nel corso di un convegno di parapsicologia, aveva dichiarato di avvertire in mezzo al pubblico una presenza oscura, una mente contorta e infantile già segnata in passato da un terribile delitto. Marc decide di indagare, aiutato dall’amico Carlo (Gabriele Lavia) e dall’ambiziosa reporter Gianna (Daria Nicolodi). Si scatena così una caccia alla verità, scandita da omicidi sempre più efferati, che porterà Marc sempre più vicino al terribile assassino…tacciato da molti di essere un regista di serie B, Argento realizza un’opera assolutamente impeccabile sul piano della tensione narrativa, in un crescendo continuo culminante nell’epifania finale: il confronto con Hitchcock è azzeccato, a mio parere, non solo per i richiami tematici (notevoli sono le influenze da “Psycho”) ma anche per lo stile, accuratissimo e dinamico: zoom violenti, montaggio brutale e incalzante, alternanza di dettagli e profondità di campo, movimenti di macchina che ad ogni passo fanno assaggiare la minaccia incombente. Le musiche, composte da Giorgio Gaslini e arrangiate dai Goblin, propongono una mistura di jazz e rock progressivo, allucinata, sinistra, perfetta per trascinare lo spettatore in un abisso di segreti e traumi sepolti: basti pensare al leit-motiv, rimasto popolare fino ad oggi, o all’inquietante “School at night”, la filastrocca che prelude alle tremende esplosioni di violenza omicida. Posso garantire che “Profondo Rosso” può dare più di un brivido anche oggi, e questa resistenza al trascorrere del tempo non può che fare onore al suo regista.









