“Old Boy” (2003) di Chan-wook Park
(Cineforum n° 10)

(By Davide)
Chan-wook Park è uno dei membri di punta della giovane ondata di registi che hanno fatto del cinema orientale (sud-coreano nella fattispecie) uno dei settori più dinamici e freschi dell’ultimo decennio. Un cinema che ha trovato nei più prestigiosi festival una vetrina per imporsi all’attenzione dei pubblici internazionali: emblematico è proprio il caso di Park che, nel 2004, ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes con il suo Old Boy. Capitolo centrale della “trilogia della vendetta” (Mr. Vendetta, 2002 e Lady Vendetta, 2005 gli altri due tasselli) il film ha come protagonista Oh Dae-su (il cui nome significa “Colui che è sempre felice e va d’accordo con tutti gli altri”), un uomo comune che, in una notte di pioggia, viene rapito e rinchiuso in una stanza dove, senza sapere perchè, passerà quindici anni. Quando si ritroverà libero, la sua unica ossessione sarà trovare e uccidere chi ha voluto imprigionarlo. Il regista tratta la vicenda con linguaggio implacabile, alternando momenti di violenza estrema (la famosa scena del martello) a inserti di graffiante sarcasmo.

Il film è tratto da un manga e ciò si vede nel gusto dinamico e spiazzante con cui vengono mescolati i toni e introdotti ambienti e personaggi (l’episodio del suicida, l’attico in cui si consuma la resa dei conti, ma anche lo splendido finale nel paesaggio innevato). Ciononostante il film non sembra aderire alla ”catarsi”, non fino in fondo. Chan-wook Park inserisce i suoi personaggi in una visione problematica, dove il tema della colpa e della memoria si intreccia alla sete di sangue, e dove la vendetta, se pure si consuma, lascia degli strascichi che non è possibile cancellare. Una cinepresa spesso crudele e impietosa ci regala però anche momenti di intensa passionalità, di lirismo accentuato dalla splendida colonna sonora, mostrando come un regista spesso estremo e dilagante sappia però coltivare un profondo amore per l’immagine e, in ultima analisi, per il cinema stesso. Il quale non può che trarre nutrimento dalla passione di Chan-wook Park e degli altri registi della sua generazione.
“Il Laureato” (1967) di Mike Nichols
(Cineforum n° 9)
(By Davide)
Che cos’è un cult? Potrei rispondere, in maniera poco scientifica lo ammetto, che al cinema un cult è un film che parla innanzitutto al cuore, o allo stomaco, o a tutti e due insieme. E se penso ad un cult-movie, la prima pellicola che mi viene in mente è “Il Laureato” di Mike Nichols (1967). Un film emotivo e struggente, capace di consacrare sul grande schermo Dustin Hoffman, all’epoca trentenne ma già provvisto di una solida esperienza in campo teatrale. La storia di Benjamin, studente modello che, dopo aver ottenuto il riconoscimento tanto atteso dei suoi studi, sprofonda in uno stato di apatia e solitudine. Tutto gli appare vuoto, niente è come lui vorrebbe. E’ in questa situazione di malessere che intreccerà una relazione con la signora Robinson, moglie di un socio d’affari del padre, donna matura e sicura di sè…Il film ha un linguaggio intenso, difficilmente esplicabile a parole, e forse proprio questa sua caratteristica lo rende “trasversale”, permettendogli di rappresentare la sospensione e le incertezze che ognuno ha vissuto nella difficile ricerca del proprio avvenire. Oltre all’interpretazione del protagonista, struggente e memorabile, va segnalata l’originalità della regia, che sfrutta in modo suggestivo la profondità di fuoco, le inquadrature lunghe e atipiche ma anche il montaggio, inserendosi in un filone di opere sperimentali che costituiscono in questi anni la new wave del cinema americano. Fondamentale l’apporto delle musiche, che sfruttano il successo planetario delle sonorità pop e rock per erigere il cult: i brani di Simon & Garfunkel, rimasti popolari fino ad oggi (“The Sound Of Silence” e “Mrs. Robinson” su tutti) contribuiscono a tratteggiare le atmosfere difficili, travagliate e melanconiche espresse negli sguardi del personaggio, ma accompagnano anche il suo viaggio alla ricerca di sentimenti autentici, verso un’esistenza libera e rinnovata.
IO DIFENDO la Costituzione contro il regime
Questo è l’appello a firmare per la difesa della Costituzione contro il regime vigente che la sta facendo a pezzi, senza farci sapere nulla. FIRMATE ANCHE VOI PER DARE UN SEGNALE DI DISSENSO. “Più non ti dico e più non ti rispondo”.
di Massimo Fini e Marco Travaglio
Con l’annuncio di Silvio Berlusconi di voler cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza si è giunti al culmine di un’escalation, iniziata tre lustri fa, che porta dritto e di filato a una dittatura di un solo uomo che farebbe invidia a un generale birmano.
Da un punto di vista formale la cosa è legittima. La nostra Carta prevede, all’articolo 138, i meccanismi per modificare le norme costituzionali. Ma farlo a colpi di maggioranza lede i fondamenti stessi della liberal-democrazia che è un sistema nato per tutelare innanzitutto le minoranze (la maggioranza si tutela già da sola) e che, come ricordava Stuart Mill, uno dei padri nobili di questo sistema, deve porre dei limiti al consenso popolare. Altrimenti col potere assoluto del consenso popolare si potrebbe decidere, legittimamente dal punto di vista formale, che tutti quelli che si chiamano Bianchi vanno fucilati. Ma la Costituzione non ha abolito la pena di morte? Che importa? Si cambia la Costituzione. Col consenso popolare. Elementare Watson. Senza contare che a noi la Costituzione del 1948 va bene così, e non si vede un solo motivo per stravolgerla (altra cosa è qualche ritocco sporadico per aggiornarla).
Com’è possibile che in una democrazia si sia giunti a questo punto? Non fermando Berlusconi sul bagnasciuga, permettendogli, passo dopo passo, illiberalità e illegalità sempre più gravi. Prima il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) che è il contrario di un assetto liberal-liberista perché ammazza la concorrenza e in un settore, quello dei media televisivi, che è uno dei gangli vitali di ogni moderna liberaldemocrazia. Poi un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio. Quindi le leggi “ad personas”, per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, “ad personam” per salvare se stesso, il “lodo Alfano”, che ledono un altro dei capisaldi della liberaldemocrazia: l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Infine una capillare, costante e devastante campagna di delegittimazione della Magistratura non solo per metterle la mordacchia (che è uno degli obbiettivi, ma non l’unico e nemmeno il principale della cosiddetta riforma costituzionale), ma per instaurare un regime a doppio diritto: impunità sostanziale per “lorsignori”, “tolleranza zero”, senza garanzia alcuna, per i reati di strada, che sono quelli commessi dai poveracci.Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento e di quei fantocci che sono i presidenti delle due Camere, padrone assoluto del centro-destra, se si eccettua, forse, la Lega, padrone di tre quarti del sistema televisivo, con un Capo dello Stato che assomiglia molto a un Re travicello, Silvio Berlusconi è ormai il padrone assoluto del Paese e si sente, ed è, autorizzato a tutto. Recentemente ha avuto la protervia di accusare le reti televisive nazionali, che pur controlla nella stragrande maggioranza (ieri, in presenza del suo inquietante annuncio, si sono occupate soprattutto della neve), di “insultarlo”, di “denigrarlo”, di essere “disfattiste” (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlare troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa (mentre lui, il genio dell’economia, non si era accorto, nemmeno dopo il crollo dei “subprime” americani, dell’enorme bolla speculativa in circolazione).
Poi, non contento, ha intimidito i direttori della Stampa e del Corriere (il quale ultimo peraltro se lo merita perché ha quasi sempre avallato, con troppi silenzi e qualche adesione, tutte le illegalità del berlusconismo) affermando che devono “cambiare mestiere”.
Questa escalation berlusconiana ci spiega la genesi del fascismo. Che si affermò non in forza dei fascisti ma per l’opportunismo, la viltà, la complicità (o semplicemente per non aver capito quanto stava succedendo) di tutti coloro che, senza essere fascisti, si adeguarono.
Ma sarebbe ingeneroso paragonare il berlusconismo al fascismo. Ingeneroso per il fascismo. Che aveva perlomeno in testa un’idea, per quanto tragica, di Stato e di Nazione. Mentre nella testa di Berlusconi c’è solo il suo comico e tragico superego, frammisto ai suoi loschi interessi di bottega.
Una democrazia che non rispetta i suoi presupposti non è più una democrazia. Una democrazia che non rispetta le sue regole fondamentali non può essere rispettata. A questo punto, perché mai un cittadino comune dovrebbe rispettarla, anziché mettersi “alla pari” col Presidente del Consiglio? “A brigante, brigante e mezzo” diceva Sandro Pertini quando lottava contro il totalitarismo. O per finirla in modo più colto: “Se tutto è assurdo”, grida Ivan Karamazov “tutto è permesso”.
Massimo Fini
Marco Travaglio
“Hook – Capitan Uncino” (1991) di Steven Spielberg
(Cineforum n° 8 )

(By Davide)
Tra i maggiori colossi dell’industria cinematografica, Steven Spielberg rappresenta senz’altro un simbolo della Nuova Hollywood in tutti i suoi splendori e contraddizioni. La sua opera, come quella di altri cineasti della stessa generazione (quella emersa all’inizio degli anni Settanta con Lucas, Scorsese, Coppola ecc…) presenta imponenti successi di pubblico affiancati ad opere più sofisticate o comunque distinte da una più spiccata marca d’autore (vedi L’impero del sole o Il colore viola). Tra i film più amati dal grande pubblico non si può dimenticare Hook – Capitan Uncino (1991), un arrangiamento estremamente originale di uno dei grandi classici dell’infanzia, Peter Pan. Ma si può immaginare un Peter Pan con gli occhiali, di mezza età, sposato e con due figli? Lo scenario di partenza è proprio questo: Peter Bunny (Robin Williams) fa l’avvocato, è tanto preso dalla sua carriera da trascurare la famiglia, non ha il minimo tempo per ascoltare fiabe. Eppure, quando i suoi figli vengono rapiti e trasportati direttamente nell’Isola Che Non C’è, non ha altra scelta che tuffarsi in un mondo che credeva di aver rimosso per sempre: dovrà imparare di nuovo a esultare, a combattere insieme al gruppo dei Bimbi Sperduti, soprattutto dovrà ritrovare la gioia autentica che è in lui (i “pensieri felici”) per poter volare e affrontare i corsari del temibile Giacomo Uncino. Spielberg sfoggia le sue doti di cantastorie grazie ad una messa in scena sfavillante, supportato dalle musiche trionfali e fiabesche di John Williams, risvegliando il fanciullo che alberga nel cuore di ogni spettatore. Tra gli aspetti vincenti merita senz’altro una nota particolare l’istrionismo degli attori: su tutti spicca la figura del Capitan Uncino – la vera star del film come suggerisce anche il titolo – interpretato da un Dustin Hoffmann in stato di grazia: un pirata teatrale, sanguinario, pomposo ma con tutti gli acciacchi e nevrosi di chi è ormai in età di pensionamento. Un omaggio grandioso e ironico al tempo stesso al divismo di quella “fabbrica di sogni” che è la splendente Hollywood.
“Una telenovela di borgatari”
(Passaparola n° 2)
Come ogni settimana il “Cerbero della sinistra” (ce ne fossero tre di teste che parlano come Marco Travaglio!) si racconta cosa succede veramente nel nostro Paese e cerca di farci capire meglio come funziona l’informazione in Italia. Ovviamente sul banco degli imputati la televisione, che ora come ora è al centro di polemiche per uno scandaloso provvedimento che fa scoppiare una bomba sulla concorrenza berlusconiana, laddove Silvio e i suoi fratelli (in questo caso è azzeccato dirlo) ancora non hanno provato a stradominare, e cioè la tv satellitare. Sky viene danneggiata gravemente in via di questa legge, e a lamentarsi secondo la vecchia usanza del “chiagne e fotti” (come ricorda Travaglio con le splendide parole di Montanelli) è Mediaset, danneggiata in minima parte e comunque sempre giovante al cospetto di un danno così duro per la diretta concorrente… C’è una cosa positiva: provvedimento vergogna dopo provvedimento vergogna, alla fine si pesta i piedi a qulcuno che può remare contro..e dato che Sky possiede il 91% della tv satellitare, 9 famiglie su 10, magari tra una partita del Newcastle del ‘73 e un film di Pierino con Edwige Fenech, potranno vedere questo:
Ormai le facce toste sono diventate maschere di pietra, nemmeno più la vergogna serve a qualcosa. Siamo di fronte a una recita di giullari, saltimbanchi e buffoni, alla pura improvvisazione a fronte di un tempo in cui si cercava di velare il tutto dal buonsenso sapientemente organizzato. Non ci si nasconde più, ma le si spara alte e bene in vista, perchè ora non si suscita più indignazione, ma interesse televisivo. SIamo esattamente di fronte a ciò che Montanelli diceva quasi 15 anni fa. SIamo di fronte a “una telenovela di borgatari”…
Cosa aggiungere di più alle parole di un Marco Travaglio che cita Indro Montanelli? Una cosa sola…. il silenzio…PASSAPAROLA











