Paul McCartney è davvero morto?


A volte le leggende metropolitane conservano ben poco della realtà iniziale che le ha prodotte, ma diventano incredibilmente suggestive, evocano un certo alone di mistero che incanta anche il più razionalista degli ascoltatori, convincendolo che difficilmente tante coincidenze possano essere casuali (la coincidenza è uno dei meccanismi più noti all’interno delle leggende metropolitane).
Che siano verità incredibili o fatti non verificatisi, o ancora una volta menzogne, ciò che mi preme sottolineare è che hanno una grande forza attrattiva, e per questo motivo spesso vengono utilizzate ad arte per avvolgere un evento o un determinato personaggio di una certa magia, di un’originalità inconsueta, a volte trasfigurandolo nel mito (con buon gioco di chi ci crede, perchè a volte è anche bello credere a ciò che in fondo si sa non essere vero). In questa puntata mi occuperò di una leggenda molto diffusa e anche documentata, cioè la famosa PID (Paul Is Dead) [sito in inglese], ovvero la leggenda che si occupa della presunta morte, nel 1966, di Paul McCartney [pagina Wikipedia in italiano], bassista dei famigerati The Beatles.

Si narra infatti che Paul McCartney (quello vero), rimase vittima di un incidente stradale, avvenuto dopo aver abbandonato gli studi di registrazione in seguito a una lite con la band, il 9 novembre del 1966. Alla morte del bassista, i Beatles avrebbero deciso di sostituire Paul con un sosia, egualmente bravo, egualmente mancino, praticamente identico. Ora, questa leggenda non si avvale certo delle affermazioni che il “finto” Paul e gli altri membri del gruppo hanno sostenuto durante gli anni in cui questa leggenda si diffuse (è del 1969), bensì si avvale di una serie fittissima di elementi presenti nelle loro canzoni, direttamente nei testi o indirettamente in copertine e nastri riascoltati al contrario. Moltissimi di questi elementi li potrete trovare nel documentario qui sotto, che sebbene non mi convinca affatto di questa tesi*, dimostra per lo meno come sia probabile che i Beatles stessi giocassero molto sulla leggenda, sfidando ai fan a riconoscere i vari messaggi sparsi nelle loro canzoni.
* è davvero improbabile, come suggerisce anche chi mi ha illuminato sull’argomento (un grazie a Giuseppe) che abbiano trovato una persona esteticamente identica a Paul McCartney, con lo stesso talento musicale e la stessa capacità strumentale, contando anche sul fatto che Paul era mancino e che suonava il basso da mancino, ovvero a corde invertite.
Veronica decide di morire

Un fatto privato. Privatissimo. Una questione per pochi occhi e poche orecchie. Una vicenda personale, da far sapere solo a intimi del calibro di Bondi, Cicchitto e Ghedini. A Gasparri magari accennargli qualcosa, ma senza entrare nel merito, giusto di sfuggita.
Ma davvero gli italiani pensano che siano fatti loro le persone che il Presidente del Consiglio candida alle europee? Pensano davvero che sia di loro competenza stabilire la condotta etica del loro Capo del Governo? Che sia un loro diritto sapere perchè la moglie lo accusa di frequentazioni di minorenni disinibite o perchè intrattenga rapporti con un messo comunale campano di cui si sa a malapena nome e cognome, che dichiara 12.000 euro l’anno ma ha il privilegio di avere il Presidente in persona alla festa di compleanno della figlia???
Andiamo, non scherziamo: di sicuro la ricostruzione in viva voce degli accaduti di Capo di Chino dettata a Porta a Porta da Silvio saranno, che dico, sono la sacrosanta verità. Le malelingue della sinistra, che ora riescono a influenzare persino Il Giornale (di proprietà del Cavaliere) ne inventeranno di tutti i colori: come mai se è andato quasi per caso alla festa di Noemi aveva un collier da regalarle? Ma scusate, chi non ha un collier a portata di mano al giorno d’oggi, magari nel cruscotto dell’aereo privato? Come ha potuto mandare in avascoperta in mattinata i suoi galoppini in un luogo che avrebbe saputo di raggiungere solo la sera stessa? Risposta ovvia, Il Cavaliere non si fa mettere i piedi in testa dall’ignominiosa successione logico-temporale degli eventi, di chiaro stampo comunista.

Queste e altre domande ledono la privacy di un uomo così straordinariamente grande eppure così fragile nella sua intimità da essere travolto da ondate di inchiostro rosso, salvandosi dal naufragio solo grazie al suo sprezzo del pericolo e rimanendo comunque al 73% della popolarità. Chissà, se ci fosse una sinistra meno canaglia, magari riuscirebbe ad avere il favore del 106% degli italiani. La moglie Veronica non è altro che un burattino plasmato da Franceschini & Co, spregevole tiranno che detiene lei, detiene Il Giornale e probabilmente minaccia con metodi illeciti quello sfortunato 27% che non può votare Colui che è ovvio votare.
Due sono le alternative: o Veronica Lario è impazzita (suo marito è il grande Silvio Berlusconi, un uomo che la ama, che le scrive versi d’amore e che dorme tre ore a notte perchè il resto delle ore lo passa esibendo una verve sessuale devastante), oppure ciò che ha detto è frutto di una manipolazione mediatica, psicologica, ventriloqua comunista.
Entrambe le opzioni sono valide, ma il rosso regime televisivo giornalistico della sinistra sembra dare ragione al Cavaliere. In difesa della prima ipotesi rimane comunque un dato. Veronica Lario ha già una volta in passato dimostrato squilibri mentali.
Perchè per divorziare da qualcuno bisogna prima sposarselo.
“Il grande sonno” di Raymond Chandler

Apparso per la prima volta nel 1939, The Big Sleep è uno dei capisaldi del poliziesco hard-boiled, genere destinato a marchiare la narrativa americana con le sue trame intricate e violente, nere in antitesi al classico “giallo” inglese. L’influenza di autori come Dashiel Hammet, Chandler e molti altri si estenderà anche nella cinematografia hollywoodiana, determinando la fioritura del noir sul grande schermo (la celebre riduzione de Il grande sonno, firmata da Howard Hawks nel 1946, interpretato da Humphrey Bogart).
Rude e desolato, ma segnato anche da un romanticismo crepuscolare, Il grande sonno è il primo romanzo che vede come protagonista Philip Marlowe, investigatore privato che viene assoldato da una ricca famiglia (gli Sternwood) per indagare su alcuni ricatti. Le indagini lo condurranno entro una catena di omicidi e segreti, cospirazioni e traffici illeciti. Il detective vi si aggira con prontezza e ironia, ma anche con un sottofondo di amarezza sempre presente. Consigliata a tutti la lettura del romanzo, come degli altri di Chandler (su tutti, segnalo il capolavoro Addio, mia amata del 1931), la cui scrittura smentisce l’opinione diffusa che vede nel poliziesco un genere popolare e di serie B: Chandler struttura il suo racconto costruendo una spirale oscura, in cui le forze e la razionalità dell’uomo sembrano spesso vacillare di fronte alla violenza e al “nero” imperante della metropoli, alla corruzione della società americana che si stende come una macchia d’inchiostro. Marlowe, personaggio di volta in volta umorale e distaccato, cinico e sensibile, si erge quale ultimo eroe romantico a fronteggiare gli eventi, mantenendo pur tra pestaggi, pedinamenti e sparatorie un proprio rigore morale. Un cavaliere solitario capace con la sua flemma di conquistare il lettore. L’abilità di Chandler si dimostra nella qualità della scrittura, incisiva, capace di spaziare dai dialoghi secchi e pregni di humour nero a squarci paesaggistici d’atmosfera (e a cui il cinema attingerà a piene mani). Per chi vuole apprezzare il talento poetico e narrativo di questo autore le ottime traduzioni italiane sono senz’altro consigliate (sia quella, più rude e aggressiva di Oreste del Buono, che la rivisitazione più raffinata e struggente di Laura Grimaldi).
“Gran Torino” (2009) di Clint Eastwood
(Cineforum n°12)

Per motivi ahimè funesti (l’improvviso gettare la spugna del mio adorato computer) non calco le pagine virtuali di questo blog da parecchio tempo. Per ritornare di grancassa ho deciso di postare uno dei miei soliti consigli cinematografici, che stavolta punta a un film veramente recente (è uscito giusto il marzo scorso) ma che io considero veramente molto bello e ne caldeggio la visione, in virtù di una storia a metà tra il divertente e il riflessivo, che conta su una firma di primissimo livello: Clint Eastwood.
Uomo che personalmente io amo, Eastwood ha saputo dare ancora una volta prova di grande regista, mettendo in scena la storia di un vecchio veterano di guerra scorbutico e inquieto, un vero outsider della società che rifiuta la superficialità di famiglia e gioventù e rimpiange i vecchi valori che lo hanno reso un uomo tutto d’un pezzo. Razzista e sgraziato ma spesso capace di gesti di straordinaria umanità, non la manda a dire a nessuno e anzi spesso imbraccia il fucile contro i soprusi di gang e bulletti di un quartiere difficile, serbando dentro di sè le turbe di un uomo che ha vissuto il mondo. Clint si dimostra anche l’ottimo attore di sempre, regalando risate e dando un’immagine abbastanza consistente e verosimile del vecchio burbero veterano di guerra che vive in solitudine osservando il degrado dei costumi sociali, giudizio che non posso che condividere, poichè vale tanto per gli Stati Uniti quanto per gran parte del mondo occidentale.
Infatti Gran Torino credo fornisca anche uno spunto per vedere come effettivamente i tempi cambiano e come sempre più si dirigono verso un sostanziale declino, verso un vuoto di valori che vede proprio nel vecchio Kowalski una sorta di “supereroe” in pensione, una figura così ai margini eppure così spiccatamente positiva, proprio perchè non rientra nei canoni di una normalità che vuol dire indifferenza nei confronti del male, attaccamento al denaro e devalorizzazione dei rapporti umani (si noti il comportamento della famiglia di lui)
Decisamente ottima la colonna sonora con un pezzo, “Gran Torino” appunto, scritto dallo stesso Eastwood in collaborazione con Jamie Cullum e che vi posto, sperando che possa incuriosirvi e trascinarvi a vedere quello che considero un gran bel film.









