Legge bavaglio-bis

(Passaparola n°4)
Una nuova proposta di legge sta affacciandosi timidamente alla Camera sulla scia della prima Legge-Bavaglio, ovvero del decreto che castra la pratica delle intercettazioni e ne vieta la pubblicazione: si tratta di una proposta relativa al “Diritto di oblìo su Internet“, avanzata dalla solerte Carolina Lussana, membro della Lega. Essa sostiene la necessità di cancellare, allo scadere di un determinato lasso di tempo, le informazioni disponibili sulla rete relative ai trascorsi giudiziari di coloro che sono stati indagati e processati. Che si tratti di prescrizione, di patteggiamento o di condanna poco importa: entro la scadenza prefissata l’esito della procedura giudiziaria dovrebbe essere rimosso, “obliato”. Questo perchè la proposta vorrebbe impedire il crearsi di un “pregiudizio” nei confronti della persona, che ne minerebbe la possibilità di reinserimento sociale. Si precisa però che il “diritto all’oblio” non sussiste qualora le informazioni riguardino personalità che svolgono ruoli pubblici “di rilievo”: ma in base a quale criterio una funzione pubblica è “rilevante”? Se qualcuno riveste un incarico che lo porta ad assumere delle responsabilità nei confronti dei cittadini, per quanto marginale, non è forse un diritto di questi ultimi sapere se ha gestito scorrettamente o meno le sue mansioni? Sono le domande che giustamente pone Marco Travaglio nel suo ultimo Passaparola, di fronte ad una proposta che rappresenta un ulteriore tentativo di soggiogare l’informazione. Questa volta si tratta di colpire Internet, un avversario fluttuante, magmatico, instabile, e perciò tanto più pericoloso. Contando sulla speranza che gli italiani, popolo dalla memoria breve, si trasformino definitivamente in mangiatori di loto.
Come sempre, PASSAPAROLA …
Inutili crudeltà

La nostra attuale società ci ha insensibilizzato. Veniamo bombardati 24 ore al giorno con immagini, simboli, slogan, modelli, prodotti, in un mediatico vaso di Pandora che fa esplodere l’anima del commercio sulle pareti delle città, sui nostri televisori, su giornali e riviste, persino sulle maglie degli sportivi, dei cartelloni pubblicitari umani. La pubblicità presenta il prodotto, con un bel sorriso e una scritta scintillante, spostando così la nostra attenzione su tre caratteristiche del prodotto: 1) il testimonial d’eccezione, 2) il prezzo, 3) l’aspetto esteriore o le sue qualità.
Tutto questo è fondamentale, in un mondo dove si vuole attirare l’attenzione del consumatore, soprattutto se questo mondo, per stessa ammissione di chi ci lavora, non ammette l’ETICA, che non è un accessorio da indossare a un galà di beneficenza, ma è il riconoscimento di cosa è giusto e cosa è sbagliato, ovvero un ragionamento che normalmente dovrebbe anticipare ogni azione umana, specie in casi dove la difficoltà di applicarla non è dovuto a situazioni particolarmente tragiche (la tragedia nel teatro greco era molto spesso un dilemma etico), ma soltanto al fatto che l’etica fa incassare molto meno dell’immoralità. Detto questo, la pubblicità spesso dimentica di rispondere a una domanda che io considero fondamentale, e che nella frenesia dei trenta secondi di biscotti che saltano da soli nel latte e di deodoranti che attirano magicamente gnocche stellari a odorarti tendiamo a dimenticare anche noi consumatori: ma di cosa sono fatti i prodotti che consumiamo? e ancora, come vengono fatti?
Il basso costo è sempre un buon motivo per comprare qualcosa, ma credo che sia molto importante, prima di acquistare qualcosa, sapere COSA stiamo acquistando, e non solo se lo stiamo acquistando in un contenitore verde o blu. La deprecabilità di un prodotto è data da due fattori che lo rendono eticamente sconveniente da acquistare (e mi si creda, anche economicamente, perchè quello che vai a risparmiare in denaro lo perdi in salute) e sono:
1) La produzione avviene con materiali di scarto, dannosi per l’organismo umano e per l’ambiente (che non è il giardinetto dei nani di terracotta, ma è l’aria che respiriamo, le acque che beviamo, l’aria e l’acqua che respirano e bevono le nostre bistecche, il mare dove mettiamo a bagno i nostri corpi e quelli dei nostri figli, etc.).
2) la produzione avviene con il maltrattamento crudele degli animali.
Va da sè che io non sono un vegetariano, a me piace molto mangiare la carne e ritengo che faccia parte del ciclo alimentare mangiare animali. Ho già più difficoltà ad accettare che venga munta la bile di un orso per farci uno shampoo o che vengano scuoiate vive delle foche per farci pellicce. Possiamo lavarci la testa con prodotti vegetali e coprirci con pellicce sintetiche. Il resto sono tutte inutili crudeltà, che passano da un orecchio all’altro delle Crudelia Demon con l’ermellino addosso, che sfuggono alla massaia che cerca lo shampoo a basso costo, e che per di più SEMBRANO ECONOMICAMENTE CONVENIENTI, ma ora come ora costa meno produrre biologicamente, vivere meglio e in maniera più sana fa risparmiare sulle spese sanitarie, migliora l’umore, mette in difficoltà le grandi multinazionali (perchè da loro non comprate), dando un piccolo contributo alla lotta contro lo sfruttamento dei paesi poveri. Noi decidiamo come si producono i prodotti che compriamo, attraverso i nostri acquisti, perchè se un prodotto non viene comprato, nessuno lo produce più. Noi abbiamo il coltello dalla parte del manico.
Mi rendo conto di come sia difficile poter essere eticamente corretti al supermercato, portafoglio alla mano. Ma se un giorno magicamente la pubblicità dicesse la VERITA’, e se quel giorno una modella croata in bikini dicesse che torturano 10 anni un orso per alleviare le infiammazioni, che i saponi dei vostri bambini li fanno con l’antigelo, che dentro i vostri biscotti del buongiorno c’è il titanio, sareste ancora così indifferenti nei vostri acquisti?
Saicosatispalmi (sito su cui potete trovare un’analisi degli ingredienti di alcuni prodotti cosmetici)
Biodizionario (un dizionario on-line sugli ingredienti dei prodotti cosmetici)
Lega Anti Vivisezione [LAV] (per chi vuole aggiornarsi sullo sfruttamento degli animali a uso commerciale)
Beppegrillo.it (post dove si occupa degli Orsi all’interno delle Fabbriche della bile)
il Fatto Quotidiano

Chi visita spesso il blog di Marco Travaglio saprà di cosa sto parlando. L’informazione non è del tutto morta, almeno non lo sarà fintanto che qualche bravo giornalista continuerà a scrivere i FATTI, andando contro a ciò che un regime mascherato da democrazia sta cercando di attuare, ciò impedire il loro onesto lavoro. Purtroppo il giornalismo è un business e come tale ha bisogno di soldi per alimentarsi. Per questo motivo i giornali non hanno quasi mai quella libertà che consentirebbe loro di parlare apertamente di ciò che succede, ma devono sottostare a una sorta di cernita delle notizie da parte dell’editore che dà loro i soldi, impedendo così che il giornale faccia ciò per cui, da un paio di secoli a questa parte, è stato inventato: dire la verità. Un’editore è una persona spesso immersa in altri affari, segue una precisa politica pubblicitaria di se stesso, per cui cerca di evitare di pestarsi i piedi o di pestarli ad altri con inchieste scomode o notizie che possono indirizzare l’opinione pubblica verso acque pericolose.
Basta ai Giordano, basta ai Feltri, agli Emilio Fede, ai Belpietro, ai Rossella, ai Mimun, ai Riotta. In quanto lettore di giornali, io ho una precisa richiesta, ed è quella di LEGGERE I FATTI, di venire a conoscenza della verità quando visito il sito inernet di un giornale o ne compro una copia in edicola, cosa che non avviene per la maggior parte delle testate italiane, le quali anzi costituiscono il nerbo di un’antinformazione, di un asservimento al grande carro circense della pubblicità.
Per fortuna c’è ancora chi crede nell’informazione, e questi giornalisti hanno pensato di fondare un giornale, CHE NON AVRA’ PADRONI, in quanto è una società editoriale che conta di pochi soci e si alimenta degli introiti delle proprie vendite (tra abbonamenti e copie vendute). Vi scriveranno giornalisti come Marco Travaglio, Furio Colombo e Antonio Padellaro, oltre a moltissimi giovani e volenterosi collaboratori. Non avrà colori politici, ma l’unico scopo sarà quello di far pervenire i fatti in maniera seria, chiara e imparziale.
Consiglio vivamente a tutti di abbonarsi a questo giornale (che avrà anche un sito web) perchè questo è un modo concreto per cambiare le cose, per avere un’informazione corretta nel nostro paese, per capire cosa succede sotto i nostri occhi, cosa succede ai nostri portafogli e nelle nostre strade. Per incentivare la sottoscrizione agli abbonamenti è previsto anche un forte sconto per chi si pre-abbona entro luglio. Trovate comunque tutto scritto al sito www.antefatto.it e potete anche iscrivervi alla newsletter, così da rimanere aggiornati su tutto. Buona informazione!
[I quadri che vedete nel RioFlickr sono ad opera di Veronica Paretta, mentre sul blog ho aggiunto un nuovo widget, il RioVideo, dove troverete alcuni video caricati da me e che considero molto ineressanti. Come prima scelta ho deciso di postare un meraviglioso pezzo di Corrado Guzzanti, ovvero un clip di "Fascisti su Marte"]
Cos’è la legge-bavaglio?

(Passaparola n° 3)
Inutile ricordare quanto sia importante guardare PASSAPAROLA ogni lunedì sul blog di Beppe Grillo e di Marco Travaglio (www.voglioscendere.it). Utile capire cos’è la legge bavaglio che porta il nome di Alfano e perchè è così importante ostacolarla, non per i soli giornalisti, ma per ognuno di noi. Le intercettazioni sono uno strumento fondamentale per indagare sulla maggior parte dei crimini che richiedono un’indagine. Il giornalismo, quello sano, serve a capire, a conoscere quello che ci succede intorno. Con questa legge si impedisce di produrre indagini efficaci, si impedisce ai cittadini di venire a conoscenza dei fatti, si impedisce all’opinione pubblica di farsi un’opinione. E’ una cosa gravissima, che apre il vaso di Pandora: criminali di ogni tipo (assassini, ladri, mafiosi, rapinatori, stupratori, rapitori, etc.) potranno usufruire di una legge che aiuta i politici a coprire le loro magagne. Come per l’indulto, una legge ad hoc per i politici ha tutelato una vasta parte dei criminali. Del resto se si è nella stessa barca ci si dà una mano.
PASSAPAROLA…
Second life

Ieri, qui a Bologna, ho partecipato a un incontro di presentazione del libro+dvd “Ecofollie”, un libro sulle inchieste di Report legate ai disastri ambientali, al circuito di produzione alimentare, al clima, curato dalla redazione di Report e presentato dalla conduttrice Milena Gabanelli e Angela Finocchiaro. Infine sono stati messi all’asta i premi vinti in tutti questi anni dalla trasmissione per finanziare l’iniziativa di alcuni ragazzi del’Aquila di mettere in piedi un giornale, Sfollati News, che è senz’altro una bella iniziativa di giornalismo dal basso.
A parte la bellissima iniziativa e la presentazione del libro (entrambe cose che mi fanno particolarmente piacere), ho notato però una cosa, che non vuole essere una nota polemica, ma una presa di coscienza sul fatto che a mio avviso STIAMO TRASFERENDO LA PERCEZIONE DEI PROBLEMI QUOTIDIANI DAL REALE AL VIRTUALE.
Mi spiego meglio. Io apprezzo moltissimo il lavoro di una trasmissione come Report, e vorrei ci fossero decine di Report, vorrei che i 3.000.000 e passa spettatori che lo guardano diventino molti di più. Ma durante quell’incontro ho visto come le principali domande rivolte a Milena Gabanelli (squilibrati a parte) fossero domande del tipo: “ma perchè Report non si è preoccupato di questo?”, “Non mi è piaciuto come Report ha affrontato questa cosa”, “Che cosa ne pensa Gabanelli di questo?” etc. Ecco, mi è sembrato che ci si preoccupasse molto di più di far andare o meno questo o quel problema in onda piuttosto che dei problemi stessi. Come se un problema, una volta andato in onda su Report, fosse risolto. Report non risolve problemi (e questo lo ha detto bene la Gabanelli), Report si limita a illuminarli come una torcia, non è che il primo passo. Poi viene la parte più importante, cioè cercare di risolverli.
Qualche tempo fa mentre stavamo facendo della goliardia, un ragazzo straniero mi disse a proposito della situazione italiana: “si sta cercando di trasferire le persone da un mondo reale a un mondo virtuale”, e io credo che ciò sia vero. Penso persino che il nostro modo di vivere sia stato talmente modificato da un allontanamento dalla politica, dalla percezione reale dei problemi, dalla nostra capacità di incidere sulla macchina economica, su quella sociale, su quella politica, da vedere queste come elementi lontani, iperuranici, qualcosa che non sta sul nostro stesso binario, ma che orbita più in alto, e influenza la nostra vita senza possibilità di cambiamento. Un aristotelico cosmo che gira intorno a noi, ci modifica la vita (spesso in peggio) ma che è intoccabile, immodificabile. E’ la base del qualunquismo.
Non solo nella disattenzione creata dai media, ma anche nell’attenzione creata dagli stessi, nella percezione che si ha delle istituzioni, della politica, del giornalismo, noto una divisione tra mondo reale e mondo virtuale. Si sente sempre la signora che fa la spesa che dice “Cosa me ne importa della politica, io devo pensare a far quadrare i conti!” oppure “chi se ne frega delle leggi sbagliate, io devo pensare a far mangiare i miei figli”, non rendendosi conto che le cose sono strettamente collegate. La politica è la spesa. E’ decidere del futuro dei figli, è farsi una casa, è avere un parco dove portare i figli a giocare senza pericoli. La politica è ogni cosa, e per questo ogni cittadino deve occuparsene, ogni cittadino ha il DOVERE di occuparsene, e non solo guardandone lo schifo una volta a settimana. Non mi si fraintenda, Report è sacrosanto e lo ripeto, ma non esiste solamente la denuncia di ciò che non va, esiste anche il cercare di risolverlo, anche se questo costa qualche mal di pancia.

E’ giusto dire (quando è vero): “le istituzioni non fanno nulla! Non ci ascoltano! Non siamo rappresentati!”, ma è giusto anche ricordarsi che le istituzioni non sono entità a sè stanti, non sono essere sovrannaturali o giganti. Le istituzioni sono uomini, quindi non bisogna pensare siano idee astratte, intoccabili e lontane. Possono cambiare, essere migliori, funzionare, solo se cambiano, se sono migliori e se funzionano le persone che le formano. Report il suo dovere lo fa, tocca a noi (me compreso) non arrestare il processo al semplice costatare. Semplicistico, è vero, ma il problema principale è che essere dei buoni cittadini costa mal di pancia, costa bile, è difficile, noioso, faticoso. Bisogna infatti guarire da una malattia che ha portato al tracollo il nostro paese. La pigrizia culturale.










